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Università e disoccupazione

Un articolo che denuncia molte responsabilità della cosiddetta istruzione superiore: Corriere della Sera 23.1.11 La lezione (scomoda) dei tunisini più laureati, meno occupati La crisi svela un trend che tocca i giovani dal Nord Africa all’Europa di Giulio Sapelli La rivolta tunisina è un fenomeno molto complesso che richiederebbe un’analisi amplissima. Vorrei limitarmi qui a sottolinearne un carattere universale. Essa, infatti, ha in sé il nocciolo di un processo sociale e culturale molto più generale, che va ben oltre il fronte del Nord Africa, che è assai differenziato e variegato. E’ il problema della disoccupazione giovanile . Essa inizia ad assumere, per via della globalizzazione, caratteri di crescente omogeneità in alcuni strategici nessi della costruzione sociale mondiale che si sta evolvendo sotto i nostri occhi. E’ una trasformazione silenziosa che sconvolge molti luoghi comuni e costringe a rivedere certezze che parevano acquisite. Vediamo. La prima è quella per...

Tengo famiglia

Questa è l’Università dove ho studiato. Faceva schifo allora, e fa ancora più schifo adesso. Sapienza-Tor Vergata, parentopoli prima della riforma Gli studenti ai politici: «Voi chiusi nei palazzi noi liberi per la città» ROMA - Vigilia dell'approvazione della riforma Gelmini, ultimi colpi di coda dei Baroni. Infatti ecco che spuntano nuove assunzioni e promozioni di parenti negli atenei La Sapienza e Tor Vergata. Protagonisti: i familiari dei rettori Luigi Frati e Renato Lauro. A poche ore dall'approvazione del ddl università, che impone lo stop alle parentopoli (purtroppo solo attraverso un sub emendamento approvato in extremis) che vieta a padri, figli e parenti (con grado di parentela fino al quarto grado compreso) di stare negli stessi dipartimenti, sembrerebbe che nei due atenei capitolini si pensi di più a sistemare le famiglie che ai problemi dell'università. SAPIENZA - Alla Sapienza, Giacomo, 36 anni, figlio del rettore Luigi Frati, s...

Cervelli in fuga 2

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L’università italiana torna alla ribalta per alcuni eclatanti casi di nepotismo, come il figlio del professore messinese che si presenta senza concorrenti a un concorso per professore associato, nella stessa facoltà del padre. Nulla di nuovo, in realtà. Che l’università italiana non abbia esattamente al centro delle sue preoccupazioni lo studente se n’è accorto chiunque l’abbia frequentata, nevvero? Già a partire dagli esami, all'università si va avanti a simpatia, per cooptazione. Leccando. Una lunga scia di bava tiene tutti uniti. Chi non sappia ingraziarsi un professore, o un assistente, è out . L' Economist della settimana scorsa definisce l'università italiana " one of the worst managed, worst performing and most corrupt sectors in Italy ". Eppure, miracolo, gli accademici sono riusciti a mobilitare gli studenti a difesa dei loro interessi, contro la riforma Gelmini. Contro ogni possibile riforma del resto, il copione è sempre lo stesso da anni: occupazi...

Non è la fine del mondo

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A due settimane dall'avvio, il Large Hadron Collider, l'acceleratore del CERN di Ginevra inaugurato con gran battage pubblicitario due settimane fa, è già guasto. Ho visitato il CERN anni fa, quando ero stabilmente residente sul Lemano, e tutto quello che ne ricordo è un buco riempito di tubi multicolori. Un posto tutt’altro che affascinante, dunque, e bisogna congratularsi col talento per la pubblicità e il fund raising degli scienziati ginevrini se l'inaugurazione dell'LHC, un evento per soli addetti ai lavori, è stata trasformata in un happening cui ha voluto partecipare persino lo scrittore Andrea Camilleri. È interessante osservare quanto gli scienziati, personaggi tutto sommato banali, siano ammantati di un’aura romantica: resiste imperterrito presso l'opinione pubblica, lo stereotipo dello scienziato distratto, tra le nuvole, popolarizzato dal personaggio del Dott. Enigm, svagato scienziato atomico amico di Topolino durante la Guerra Fredda. I fisici, poi, s...

Fotografo, dunque esisto

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Detesto gli intellettuali . Istintivamente. Aborrisco particolarmente i professori universitari. Il XX secolo ha visto una crescita senza precedenti del ruolo degli intellettuali, ed assolutamente esagerata: un tempo cortigiani al servizio del potere politico, nella veste di tecnici competenti nella gestione e soluzione di problemi, si sono trasformati nella figura ieratica del maître à penser , l’oracolo che si è attribuito il ruolo di depositario dei valori, di vestale di un’Idea che va preservata pura da ogni contaminazione della realtà. Mie vecchie fisime, questioni di pelle, ma mi accorgo con gli anni che esse hanno una qualche ragion d’essere. Voglio dire che tra l’atteggiamento verso la vita ed il mondo proprio degli intellettuali e quello delle persone come me, c’è l’abisso, uno iato incolmabile, l’assoluta e perfetta antitesi. I primi partono da una loro idea e attraverso quella guardano la realtà, ma solo per trovarvi conferma alle loro idee, noialtri cerchiamo di osservar...

Cara professoressa B....

“ I professori universitari (anche se, in verità, non tutti) sono uomini di cultura. Usando una brutta parola, sono “intellettuali”. Gli intellettuali spesso si danno arie di superiorità. Avendo letto qualche libro in più della media (in realtà non è un merito, è solo una questione di mestiere) si spacciano per migliori, più saggi, più illuminati, degli altri esseri umani. Ma, naturalmente, non è vero. Essi sono fatti con lo stesso impasto di virtù e vizi di tutti gli altri. E sono ugualmente capaci di indulgere al conformismo, alla vigliaccheria, all’opportunismo. In una sola cosa gli uomini di cultura sono effettivamente più bravi degli altri: nell’arte della dissimulazione, nella capacità di travestire di nobili ragioni i più bassi impulsi ” Prof. Angelo Panebianco (Corriere della Sera Magazine del giugno 2006)

Cervelli in fuga?

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Ci risiamo! Dolenti servizi giornalistici sul fenomeno dei “ cervelli in fuga ”, ricercatori che tornati dall’estero si dolgono dello stato delle cose nell’università italiana, alti lai sul triste destino di questi poveri profughi della scienza, costretti ad abbandonare la Patria per cercare fortuna altrove. Ma le cose stanno davvero così? Negli anni 2004-2005, per ragioni di lavoro e di sentimento, ho avuto occasione di vedere da vicino l’ambiente accademico. E non mi è piaciuto per niente. Non amo affatto gli accademici. Ho un’idea ingenuamente umanistica della cultura: per me nasce per contatto tra idee e ambienti differenti, sgorga da spiriti liberi e completi. Mi pare di ricordare che tal Isaac Newton intuisse la legge di gravità mentre pisolava sotto un melo. Non mi ispirano nessuna simpatia, invece, questi nevrotici gnomi iperspecializzati - la cui carriera è fatta di pubblicazioni (non di brevetti, si di bene: non di applicazioni pratiche e utili delle loro scoperte, solo di pe...

IL RISCHIO DISNEYLAND

Italia, come si può evitare il declino di FRANCESCO GIAVAZZI Quando leggo di «declino dell’Italia» penso agli studenti che arrivano nella mia università dal Mezzogiorno, non dalle città, ma dai paesi della Piana del Sarno o dai borghi marinari della Calabria. Sono ragazzi molto intelligenti: l’ università può solo cercare di non recare loro danno. Penso alle grandi banche d’affari di Londra: in sala cambi e nel comitato direttivo si parla inglese, ma uno su tre è italiano. Quando Vittorio Grilli, il ragioniere generale dello Stato e ideatore dell’Istituto italiano di tecnologia, si recò a Boston per illustrare il suo progetto ai ricercatori di Harvard e del Mit, ad ascoltarlo si presentarono in cento: chimici, biologi, medici, astronomi, ingegneri, tutti italiani. Penso al nuovo Museo d’arte moderna di New York: la sezione dedicata al design è una rassegna di nostri architetti; ristorante e toilette sono citazioni continue dei nostri prodotti. Come fa un Paese così ad essere sulla vi...

Ecco che cosa ti aspetta se vuoi insegnare all'università

Corriere della Sera 16 ottobre 2001 di Francesco Alberoni (di norma Alberoni è solo un abile rivenditore di aria fritta, ma questa è inoppugnabile) La carriera universitaria, che dovrebbe allevare individui liberi e creativi, in Italia produce dipendenza, incertezza e servilismo. Nel sistema economico chi non si trova bene in una impresa se ne cerca un’altra, ed ogni impresa sceglie la persona più adatta ai suoi scopi. Nell’università no. Perché anche se, formalmente, ci sono moltissimi atenei, è come se ce ne fosse uno solo. Tutti i programmi sono centralizzati e, per ogni materia, tutti i professori vengono scelti da un unico gruppo di potere nazionale. Il laureato, di solito, incomincia la carriera universitaria con un Assegno di Ricerca. Decide una Commissione Giudicatrice. In realtà è il professore che presenta il suo candidato, e i suoi colleghi lo promuovono in quanto lui promette di promuovere uno dei loro. Così il giovane incomincia a lavorare con quel «maestro» da cui dipend...
ATENEI DELL’ARROGANZA - DA MARTA RUSSO AI PROF COL TELEFONINOErmanno BencivengaSabato 10 Febbraio 2001 Corriere della Sera QUALCHE giorno fa ho dichiarato che gli studenti universitari italiani sono mediamente meglio preparati dei loro coetanei americani. Sanno cioè mediamente di più non solo di letteratura e storia, ma anche di analisi matematica e fisiologia generale. Su una cosa però i ragazzi d’oltre oceano sembrano decisamente in vantaggio sui nostri, e me ne rendo conto con particolare vivezza da quando, nel luglio scorso, dirigo gli scambi internazionali tra l’Università di California e varie università italiane. Gli studenti californiani sono abituati a essere trattati con rispetto, non per paternalistica concessione ma per una norma elementare di convivenza la cui violazione suscita, prima ancora che sdegno, autentico stupore. E’ difficile quindi far loro comprendere l’atteggiamento di docenti che, pur se magari brillanti ed eruditi, saltano sistematicamente le ore di ricevime...