08 dicembre 2006

Ricordo di mio nonno



A chi gli domandava come si sentisse, rispondeva sempre: “Magnificamente!”. Lo fece anche il giorno della sua morte. Il suo rifiuto di lamentarsi e commiserarsi era totale. Chi ha ben vissuto non ha rimpianti. Un giorno, informatosi della salute di un mio zio, incontrato sulle scale, questi gli rispose - come spesso fanno i vecchi - mostrando cicatrici e ferite e parlando di dolori. Lui non l’avrebbe mai fatto. Reagì con un ‘bah’ che sintetizzava tutta la sua disapprovazione. Dopo i suoi funerali, mia nonna confidandosi in privato, sospirò pudicamente: “era così focoso”. Ogni tanto, da bambino, lo vedevo sparire di primo mattino, con il suo giaccone di fustagno di un colore indefinibile, il fucile, gli stivali, i cani, tra cui il fedele Bill, e tornare dopo giorni, pieno di fango, con in mano un carniere pieno di pernici, quaglie e fagiani. Mia nonna li prendeva, li spennava e li cucinava, e, senza saperlo, assistevo così al ripetersi di un rito antico quanto il mondo. In gioventù andò alla guerra, viaggiò per l’Africa e la Spagna. Ancora oggi io penso che cacciare e combattere sono le sole attività degne di un uomo. Veemente nell’esprimere le sue opinioni, vorace nella tavola, energico nelle decisioni, liberale nei suoi averi: ogni sua azione esprimeva passione e nerbo.
Io non mi ricordo quando morì mio nonno, né il giorno e di che mese. Ma ricordo come morì, vivendo fino all’ultimo. E sempre mi torna in mente lui, quando la prima neve copre le montagne dell’Abruzzo, la terra dei lupi, degli orsi, e degli uomini dagli occhi grandi e dai cuori buoni e generosi.

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